VECCHIA GUARDIA BATTE PESSIMISMO E FASTIDIO 2-1

Europei 2012, ucraina, svezia, shevchenko, ibrahimovic, Milan

Non so voi, ma io a vedere Shevchenko lì in mezzo a guerreggiare ieri sera stavo male. Avevo il magone.
Ibra ha segnato all’inizio del secondo tempo, deviazione su assist di Kallstrom. Partita in discesa, il milanista ha segnato (magari con questo gol aumenta la valutazione di mercato di un milioncino) e bene così.

Invece no.
Tra Svezia e Ucraina ieri sera tifavo Ucraina.
Tifavo per il passato. Un passato glorioso che oggi non abbiamo più. Tifavo per il vecchio leone ferito. Tifavo per il mio più grande amore calcistico (dopo Van Basten, s’intende) rossonero.

Hanno inquadrato Shevchenko subito dopo il gol di Ibrahimovic e il suo saltello di festeggiamento, e ho rivisto nei suoi occhi uno sguardo che non vedevo da troppo tempo. Da 9 anni almeno, sopra un prato inglese.

Gli occhi della tigre, di chi sa di avere sulle spalle il peso di un’intera nazione. A San Siro c’era abituato, a questa situazione, e ieri sera allo stadio Olimpico di Kiev dev’essere stato lo stesso.

Ci ha messo solo 3 minuti, Sheva, a rimettere le cose in chiaro. Il cross di Yarmolenko dalla destra è un cross come tanti, ma Andrji compie un miracolo sovrastando Mellberg – cariatide juventina, la juventinità come bersaglio preferito – e schiacciando palla in rete dopo un gran tuffo.

7 minuti dopo, la nemesi. Corner di Selin dalla sinistra, Shevchenko compie un movimento fantastico da vero rapace d’area, sfugge al suo marcatore e gira in rete di testa anticipando proprio Ibrahimovic.
Nemesi, appunto.

Non so voi, ma vedere Shevchenko ieri sera mi ha fatto tornare indietro nel tempo ad un Milan che fu, ad un Campionissimo che avevamo e ci siamo lasciati sfuggire con troppa leggerezza, ad uno dei più grandi giocatori che abbiano avuto l’onore di indossare la casacca rossonera.

E pazienza se ha 36 anni: la classe di un campione non se ne andrà mai e queste partite servono a dimostrarlo.
Soprattutto a chi di anni ne ha poco più di 20 e pensa già di essere arrivato.

Grazie mille, Campione venuto dall’Est.

TRISTE, SOLITARIO Y FINAL

Te lo ricordi, Andrij, quando qui eri l’ incontrastato imperatore? Avevi San Siro ai tuoi piedi, era il tuo parco giochi. Tutti ti veneravano perché eri la stella più brillante di una squadra splendente. Hai dato e ricevuto molto, Andrij: 173 gol in cambio di un amore totale, incondizionato, folle. Dalle lande desolate dell’ Ucraina alla metropoli meneghina il salto è stato grosso. Appena sbarcato a Milano avevi gli occhi timidi e sorpresi, ma carichi di una consapevolezza di fondo come quelli di un cerbiatto che va incontro al cacciatore con addosso l’ armatura.

San Siro rossonero non è, alle volte, il luogo migliore per tirare calci ad un pallone: gente abituata troppo bene, esteti del bel giuoco, persone intransigenti ed insaziabili. Ma se si passa l’ esame, San Siro diventa come il ventre materno: caldo, sicuro, familiare. Tu ci sei riuscito, Andrij, sei riuscito a scaldare i cuori di tutta quella gente per 7 meravigliosi anni, come e forse più di altri campioni già passati. Li avevi tutti ai tuoi piedi.

Eri l’ ignoto, la scommessa, eri il figlio adottivo da accudire e a cui volere bene. La tua famiglia calcistica d’ origine è stata la Dinamo, con un padre burbero ma giusto che ti ha insegnato l’ ordine, la disciplina e le buone maniere. Ti ha insegnato anche a restare coi piedi per terra, ad essere umile e ad anteporre il collettivo all’ azione singola. Gran carisma, il colonnello Valerij Vasyl’ovyč Lobanovs’kyj: dimostrazione che il comunismo applicato al calcio ha sempre dato eccellenti frutti.

Sei arrivato nella tua seconda famiglia, il Milan, che ti ha voluto bene sul serio come un figlio. E sei cresciuto bello sano, in famiglia, prendendoti delle belle soddisfazioni personali e di squadra. Avevi tutto, cristo dio, avevi tutto quello che un calciatore può avere: folle adoranti, un pallone doro, svariati trofei vinti. Ma i figli, si sa, ad un certo punto vogliono essere indipendenti. Vogliono provare l’ ebbrezza del volo solitario e tu non hai fatto eccezione, Andrij.

A malincuore ti abbiamo lasciato andare per la tua strada. E’ stata una pugnalata, ma ogni genitore sa che quel momento, presto o tardi, arriverà e a nulla serve procrastinare: si aggiungerebbe ulteriore dolore al momento dell’ addio. E tu sei partito, ti sei accasato in terra albionica ma da un amico ex-sovietico. Com’ è andata? Non è stata una bella idea, ammettilo. Soffrivi troppo a Londra, sponda Chelsea; ti mancava l’ aria di casa. Sei durato due anni e poi, non appena se ne è palesata l’ occasione, sei ritornato a casa.

E noi ti abbiamo accolto a braccia aperte, Andrij. Però devi capire che le cose cambiano, anche per noi. Il rapporto è mutato. Non sei più il bimbo che abbiamo visto crescere e spiccare il volo, Andrij, ormai sei l’ uomo che ha intrapreso la sua strada. Non sei più il figliol prodigo di ritorno all’ ovile, ma sei come il figlio universitario che torna momentaneamente a casa dopo mesi di Erasmus: a parte i primi due giorni – dove è tutto un “bentornato“, “e allora, che mi racconti?” e l’ allegria del ritorno è contagiosa – si torna poi alla normalità.

La famiglia è andata avanti con i suoi ritmi anche dopo la tua partenza, Andrij, ed ha trovato un proprio equilibrio. Sei volenteroso, lo so, ma si vive bene anche con te come ospite in pantofole. Tu vuoi in tutti i modi dare una mano, ma non se ne vede l’ utilità. L’ euforia dei primi giorni passa e lascia spazio a qualche mugugno: qualche roba vecchia, qualche insofferenza, qualche critica – forse esagerata – da parte del patrigno e si va avanti così, attraverso una cordiale ma malcelata insofferenza.

E’ la vita, Andrij. E andrà avanti nonostante tutto. Per chi ti ha voluto bene in maniera irrazionale come me, fa male al cuore vederti così, ciondolante in attesa di un vano sguardo consolatorio e benevolo da parte della famiglia adottiva. Fa male dirlo, ma forse è giusto che le vostre vite sportive – tua e del Milan – si separino ancora una volta a Giugno, e questa volta in via definitiva.
Potrai sempre venire a trovarci quando vorrai e quando avrai trovato un tuo equilibrio, Andrij, e sarai sempre e comunque il benvenuto. Come ospite.

Una cosa però te la voglio chiedere: ma quello str**zo di tuo figlio, alla fine, lo ha imparato o no l’ inglese?

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FENOMENI PARASTATALI

Risucchiati da un buco nero; rapiti da degli alieni ubriaconi; sedotti da Scientology; persi nel traffico della tangenziale; venuti a svernare come le oche. Questi sono alcuni dei dubbi più atroci che attanagliano il tifoso rossonero tipo. Tutto parte da una domanda, questa: “Dove cazzo sono finiti Senderos e Shevchenko?“.

In esclusiva, questo blog riuscirà a svelare cotanti misteri.

 

529-5.jpgPHILIPPE SENDEROS

Il pacioso Philippe è stato segnalato nella sede della Hasbro per raffigurare il nuovo volto del famoso personaggio Philip dell’ altrettanto famoso gioco Indovina Chi?. La nuova edizione del gioco, però, è leggermente diversa e si chiama Indovina chi viene abbattuto a fucilate?. e al povero Philippe è toccato in sorte il destino di prima vittima; i poveri resti verranno spediti a milanello con un pacco posta celere entro venerdì e, debitamente ricomposto, quel che resta di Senderos sarà pronto per andare in panchina domenica contro il Napoli.

 

 

 

 

528-5.jpgANDRIY SHEVCHENKO

Dopo aver iniziato il campionato in maniera molto promettente (5 apparizioni, 0 gol, 165 bestemmie contro) e riuscendo addirittura a segnare in Coppa Uefa (3 apparizioni, 1 gol, 3 svenimenti dalla contentezza, 8 sparatorie a Kiev, caroselli e scene di giubilo in ogni dove), il povero Andriy sembra misteriosamente scomparso. E’ dalla fine di Settembre che non si vede più neppure a milanello. C’ è chi giura di averlo visto magro, con la barba lunga, vestito della divisa sociale ormai logora e di un paio di ciabattone rosa col pouff ai piedi, fermo di fronte ad un edicola del centro chiedere in inglese e con insistenza ad un giornalaio meneghino una copia del Sun e sentirsi rispondere puntualmente in perfetto dialetto lombardo: “Ma và a laurà, barbun!“. Tutto ciò ogni giorno, da un mese a questa parte. Ormai è diventato la mascotte dei vigili urbani del Quadrilatero e l’ idolo della mensa Caritas di via Bergamini.