CREDIAMOCI

«Cosa?
E’ finita?
Hai detto “finita”?
Non finisce proprio niente se non l’abbiamo deciso noi!

E’ forse finita quando i tedeschi hanno bombardato Pearl Harbor?
Col cazzo che è finita!

E qui non finisce…
Perché quando il gioco si fa duro… I duri cominciano a giocare!

Chi viene con me?
Tu?
Coraggio, andiamo!!»

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SUCCEDE CHE…

In questi ultimi weekend di maggio sono successe tante cose.

Succede che dopo 8 anni di astinenza il Milan torna a vincere uno scudetto che mancava da troppo tempo.
Succede che la Coppa Italia è sempre più Coppa Inter (complimenti ai cuginastri per la vittoria numero millemila).
Succede che Zamparini è sempre peggio.
Succede che con Eto’o – quella volta – Ancelotti ci aveva visto giusto.
Succede che purtroppo possono capitare anche cose dolorose, nella vita (sentite condoglianze a capitan Javier Zanetti per la scomparsa della madre).
Succede che a Milano si respira aria nuova e – magari – più pulita.
Succede che il cavalier Berlusconi dovrebbe tornare ad occuparsi a tempo pieno di tirare fuori i soldi per il Milan e basta, senza pensare ad altro: ne va della sua salute.
Succede che perfino ad Arcore il centrodestra perde.
Succede che l’ironia rimane SEMPRE l’arma migliore contro l’insulto.
Succede che dopo 10 anni uno dei migliori centrocampisti al mondo vada a cercar fortuna altrove: good luck, andreino.
Succede che l’equazione tifoso = elettore non ha quasi mai funzionato, soprattutto questa volta.
Succede che qualcuno sarà felice, qualcun altro un po’ di meno: ma questa è la vita, signori.

Succede che forse il vento è veramente cambiato.
Sta a noi, ora, sfruttare la corrente.

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[nella foto: una serie di zingari comunisti gay islamici che festeggiano la vittoria di Pisapia in piazza Allah a Milano]

LA MADRE DEI COGLIONI E’ SEMPRE INCINTA, E L’HANNO VISTA CON LE ROSE NEL METRO’

Una festa deve essere una festa.
Punto.
Si gioisce per un risultato atteso da anni, si ringraziano i giocatori, chi vuole ringrazia la società.
Punto.

Che senso ha prendere a sprangate i vetri della metropolitana?
Che senso ha distruggere un’opera d’arte?
Che senso ha offendere un giocatore dell’Inter?
Anzi, un Campione dell’Inter?

Un senso può avercelo: questi qui non sono uomini.
Si muovono in gruppo, compiono le loro nefandezze in gruppo, attaccano chi non può difendersi, dove passano lasciano danni: esattamente come i ratti.

E solo un ratto può credere che un coro squallido e becero come quello cantato ieri – e non mi riferisco al «meno male che Silvio c’è», anche se… – non possa essere altamente offensivo e razzista.
Degno di daspo a vita.

Si sa che la madre dei ratti resta incinta praticamente sempre.
Ce ne libereremo mai di questa piaga?
Forse sì, e una soluzione ci sarebbe: derattizziamo le curve.
Tutte le curve.

Ora.


SCUDETTO

«Scudetto, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Scu-det-to: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Scu. Det. To.»

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CREDERCI

Credere è una parola grossa. Credere in che cosa, poi? Nello scudetto?
Sinceramente io non ci credo più, e dopo le ultime tre partite non ci credono neanche loro.
Dicono di farlo, certo, ma perché sono pagati dalla società, quindi ci devono credere da contratto.

Io no. Ormai mi sono rassegnato.
Non è per portare sfiga o essere dei disfattisti, occorre essere realisti: 2 punti nelle ultime tre partite dove come minimo avremmo dovuto conquistarne 7 sono un incontrovertibile segno di resa. Erano le partite più facili del nostro assurdo calendario di fine stagione, e non le abbiamo sfruttate. Sul serio pensano di far punti contro Palermo, Fiorentina, Genoa e Juventus? In queste condizioni?

Ci crederei se avessi la rosa dell’Inter.
Ci crederei se avessi il culo ed il calendario della Roma.
Ci crederei se avessi il dr. House al posto di Meerseeman a Milan Lab.
Ci crederei se la dirigenza avesse fatto il possibile sul mercato.

Allo stato attuale delle cose non posso credere a nulla.
Al limite, posso solo sperare.

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ALTI E BASSI

Quella di oggi è una partita decisiva.
No, non Milan – Lazio. Quell’altra.

Quella di oggi, dicevo, è una partita decisiva.
No, non per noi. Per loro.

Quella di oggi è una partita decisiva soprattutto per la Roma. Io ho molti dubbi che riesca a portare a casa la vittoria – le stelle mi suggeriscono il pari – ma se lo facesse il campionato prenderebbe un’altra piega. La Roma a -1 con 7 partite da giocare renderebbe avvincente il finale.
Il calendario di Inter e Roma si equivale – per entrambe partite facili e medie, senza più confronti “hot” se non per un derby romano – e la differenza la farebbe per forza di cose la Champions e l’eventuale coppa Italia.

Pertanto, quale che sia il nostro risultato contro la Lazio, ormai abbiamo ben poche speranze di agguantare alcunché, se continuiamo a giocare così. Considerando poi le nostre tre ultime di partite di campionato (Fiorentina, Genoa e Juventus, da suicidio) ecco perché non nutro poi così tanta speranza.

Poi però leggo le dichiarazioni di Leonardo, e sentire la fiducia quasi commovente che ripone in quei quattro rottami rossoneri mi ha tirato un po’ su di morale. Poi però leggo la lista degli indisponibili – Ronaldinho, Pirlo, Abbiati, Nesta, Bonera, Pato – e le bestemmie fioccano che è una meraviglia.

In più leggo le inevitabili fregnacce dell’anziano signore lombardo che dice di essere il presidente del Milan anche se non scuce un soldo, e lì l’incazzatura raggiunge livelli epocali.

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INDIZI

Ormai è chiaro, troppi indizi portano alla stessa conclusione: non abbiamo l’istinto del killer.
Contro il Napoli abbiamo gettato alle ortiche un’enorme opportunità per guardare tutti dall’alto.

Napoli volitivo finché si vuole, ma non propriamente una macchina da guerra in fase offensiva. Il gol partenopeo infatti è frutto dello strike di Oddo su Silva ed Abbiati, con Campagnaro che appoggia a porta vuota. Se Oddo facesse questi interventi anche contro gli avversari sarebbe un fenomeno, un punto fermo della nazionale brasiliana. Invece.
Fortuna vuole che il 21 Marzo di ogni anno finisce il letargo di Pippo Inzaghi, che infatti – complice un super assist di Dinho – inzucca il pareggio. Poi, morta lì. Se non un gol divorato da Mancini che fa dire a Galliani «questi sono i giocatori che mi piacciono». Contento lui.

Personalmente ritenevo la partita di ieri come l’ultima spiaggia per ambire a sogni tricolori: in vantaggio di un punto, avremmo messo addosso una grossa pressione sull’attuale capolista, anche alla luce dei molteplici impegni che avrebbe dovuto affrontare. Così invece loro tirano un grosso sospiro di sollievo e giocheranno più distesi, mentre noi anche a Parma – partita molto dura, da vincere necessariamente – penseremo ai due punti buttati contro il Napoli.

Senza dimenticare il problema Pato. Sì, Pato: o sta male davvero oppure è una fighetta di proprorzione epica.
Se è vero il secondo caso, è ora che si dia una solenne regolata; da quando è arrivato al Milan i muscoli delle sue gambe sono più che raddoppiati: di che cosa ha paura, dunque? Ancora non sa gestire i segnali del proprio corpo? Oppure strutturalmente non è adatto a sostenere sforzi e ritmi da calciatore professionista? Io spero che Pato abbia preso solo un gran spavento perché ancora scottato dall’ultimo infortunio, e che il dolorino sia nient’altro che un dolorino, nulla più. Certo è che se non altro ha dimostrato di non essere propriamente un cuor di leone.

Se invece è vero il primo caso, la soluzione è soltanto una: radere al suolo Milan Lab.

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FAREWELL, STEFANO

Non ho ricordi nitidi di Stefano Chiodi, ero troppo piccolo. So solo che nell’ anno di grazia 1978/79 – anno dello scudetto della stella – fece 7 goals. Di cui 6 su rigore. Tirati allo stesso modo: delle bordate terrificanti senza guardare il portiere. E un solo gol su azione, contro il Catanzaro, in mezzo alla neve.

Attaccante potente anche se un po’ macchinoso, utile a creare spazi per gli inserimenti da dietro. Piaceva a Liedholm per quello. Il Barone lo piazza in mezzo all’area: il suo compito è prendere botte e aprire spazi per le mezze punte, i fantasisti ed i terzini dal gol facile. Proprio come un moderno centravanti.

Si sbatteva per gli altri, Stefano Chiodi, spingendo e lottando contro gli avversari, solido e coraggioso.
Un cuore così.
Un vero casciavìt.

Addio, Mister Miliardo.

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