IL CUORE ALTROVE

Questa sera, per la prima volta, ti avremo come avversario. A me fa uno strano effetto, non so a te.
La storia la sappiamo entrambi, non rivanghiamo il passato: fatto sta che tu hai fatto una scelta. E, di conseguenza, pure noi. Se questa sera la tua squadra vincerà avrai ragione tu, facendo lascelta giusta andandotene a Madrid; se vinceremo noi la scelta giusta sarà stata la nostra, lasciandoti andare poiché questa squadra addii dolorosi ne ha visti tanti ma si è sempre rialzata vincente. Un pareggio sarebbe comunque, per noi, una vittoria dato che siamo in una situazione disastrata.

Questa sera giochi in casa ed è solo per questo motivo che sarai il favorito. Se dovessi sentire l’ emozione ci sarà sempre il tuo pubblico a darti coraggio. La vera sfida col tuo passato sarà qui, a Milano, la prossima volta: solo allora vedremo se saprai reggere il peso dell’ emozione, se sarai comunque un professionista modello, o se la gamba comincierà a tremare e il fiato a farsi via via sempre più corto.
Una cosa però te la voglio dire – e parlo a nome di tutti i tifosi milanisti che si definiscono tali: a San Siro sarai accolto come un eroe. Come qualcuno che ci ha regalato enormi soddisfazioni. Con eterna gratitudine.

Sarai accolto come uno di noi. Sempre.

Poi, subito dopo dopo il fischio di inizio, per tutto l’ incontro cercheremo in tutti i modi di mettertelo – calcisticamente parlando – nel culo.

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DUNQUE, DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Nulla di nuovo sotto il sole. Tutto come previsto. Già il 24 Gennaio scrissi di Kakà al Real Madrid per una sessantina di milioni di euro, sollevai dubbi sulle dichiarazioni di amore eterno del giocatore al Milan ed argomentai di come la perdita di Kakà tutto sommato non fosse così grave, a patto che.

Confermo ogni virgola di quel discorso, soffermandomi però su quel a patto che. «A patto che i milioni incamerati dalla vendita di kakà siano reinvestiti per rafforzare la squadra», questo era in estrema sintesi il succo del discorso. ora come ora però apprendiamo con sconcerto – ma neanche poi tanto – che quei soldi più la quindicina di milioni per Gourcuff andranno interamente a ripianare i debiti di bilancio.
In pratica stiamo vendendo i pezzi migliori dell’ argenteria per fare cassa, ben sapendo però che creditore e debitore sono la stessa persona.

Mi spiego: il Milan appartiene a Fininvest, ne è stato un asset fondamentale fino a non molto tempo fa quando si trattava di costruire un’ immagine vincente ad uso e consumo esclusivo del padrone del vapore. Ora che il Milan non serve più agli scopi principali del padrone viene visto come una zavorra, anzi: prima, finché serviva, Fininvest copriva i buchi di bilancio del Milan; ora si pretenderebbe che il Milan coprisse i buchi di bilancio di Fininvest.

Signori, non scherziamo. Il Milan non è un affare di famiglia come ci vogliono far credere. Il Milan è ormai diventata un’ azienda e non più solo una società sportiva a conduzione familiare come una trattoria. Se il principale azionista di riferimento non ce la fa più a gestirlo, questo Milan, è bene che passi la mano, che faccia entrare nuovi soci o che venda le quote di maggioranza: un azionariato popolare modello Barça sarebbe il mio sogno, anche se temo irrealizzabile.

Il problema più grosso del Milan è proprio questo e spostare l’ attenzione su Kakà e le sue parole – credo suggerite ad arte, ancorché male – serve solo a sviare la questione di fondo. Nulla da dire sul Kakà giocatore, non mi aspettavo nulla di diverso riguardo la sua decisione. Lo dissi mesi fa.
Ciò che mi fa ridimensionare il Kakà uomo sono le sue parole riguardo la sua cessione, dovuta alla crisi generale: uno che guadagna più di 9 milioni di euro all’ anno (cioè uno che guadagna IN UN ANNO ciò che 15 fortunati operai a tempo indeterminato a 1.500 Euro al mese guadagnano in 40 ANNI di lavoro, al netto delle spese) non può e non deve permettersi di fare il finto moralista.

But “he belongs to jesus“, lui.

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DO YOU RINGO?

Roboante vittoria a Bologna, Kakà sdoppietta e con i fatti dimostra attaccamento alla squadra, segna pure Beckham. A conti fatti, una domenica di superlusso. La squadra c’è, c’è pure quel paracarro di Seedorf e ci sono anche i risultati. Si tratta ora di superare lo scoglio genoa, restituire la pariglia della partita d’ andata. E qui nascono i problemi.

Ok il turnover, ma inserire per forza un Ronaldinho non ancora al top mi pare un azzardo, soprattutto contro la compagine genoana che fa della velocità la sua arma migliore. In pratica si giocherà con un uomo in meno in difesa, senza avere la garanzia di averne uno in più in attacco. Dinho attualmente è tutto tranne che veloce, addirittura Seedorf è più rapido di lui; pertanto, mi domando: è proprio necessario farlo giocare? Seconda cosa: il rendimento di Kakà con Seedorf in campo è nettamente superiore a quello con Ronaldinho in campo: vogliamo assecondare il miglior giocatore che abbiamo, per una volta?

Carletto, do you ringo oppure do you rinco?

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CARAVAN PETROL

Kakà è rimasto. Bene, bravo, bis. E’ stato un gesto “nobile”, di riconoscenza verso la squadra che l’ ha fatto maturare, anche se il Manchester City ci ha messo molto del suo. Voglio dire, andreste voi a giocare in una squadra che lotta per non retrocedere nella Serie B inglese e stare fuori 2 anni dal calcio che conta? 15 Milioni di euro a stagione? Ok, ma ora ne prende quasi 10, mica 1.500 euro al mese. Un conto è passare dallo stato di “povero” a quello di “ricco“, un altro conto è passare dallo status di “ricco da far schifo” a quello di “ricco da vergognarsi“; in fin dei conti Kakà è un calciatore, ed il calciatore non si nutre solo di soldi: vuole l’ erba, l’ agonismo, la passione, il livello eccelso, il gusto della sfida.

Tutte cose che Kakà potrà avere in due modi: o legandosi al Milan a vita (e si ciberà della passione sincera di tutti noi milanisti) oppure, com’ è probabile, andandosene al Real Madrid, che gli offrirà meno dello sceicco in termini di soldi, ma di più in termini di stimoli, di sfide e di garanzie tecniche. Per il tifoso milanista entrambe le soluzioni potrebbero portare vantaggi, e non sarebbe un paradosso: nel primo caso si avrebbe la garanzia di avere in squadra uno dei tre migliori giocatori al mondo, e per chi va allo stadio a vederlo dal vivo sarebbe una gioia immensa; nel secondo caso il Milan acquisirebbe in dote una barca di milioni di euro (uhm, diciamo una sessantina?) utili per la necessaria rifondazione della rosa. La prima soluzione stuzzica il fattore irrazionale del tifo rossonero (l’amore per un giocatore, la bandiera, la fedeltà, etc…); la seconda titilla l’ aspetto più propriamente ragioneristico (con tutti quei soldi da spendere nel mercato si rafforza la squadra notevolmente, garantendo successi futuri).

Pertanto, quale che sia la soluzione prospettata a Giugno, al tifoso rossonero medio va di lusso. La vera scelta di “cuore” Kakà non l’ ha fatta lunedì, ma dovrà per forza farla quest’ estate, quando le sirene madrilene – scusate la rima – si faranno sempre più insistenti. Solo allora vedremo se Riccardino era sincero quando, affacciandosi a quel balcone come Evita Peròn (Don’t cry for meee, Milaneeellooooooo…), si è battuto il cuore col pugno stringendo quella maglia che, oggi come oggi, è sua come nessuno al mondo.

Intanto però c’è il Bologna, oh, e guai a regalare loro altri tre punti come facemmo all’ andata. Per i baci e gli abbracci c’è tempo: almeno fino a Giugno.

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DOVE VA KAKA’, O MADONNA MIA…

– “Kakà andrà al Mancester City”
– “no, Kakà va al Real Madrid anche a piedi”
– “ma no, che cazzo dite, Kakà resta qui dov’è e guai a parlarne ancora…”

La telenovela Kakà ormai ha assunto connotati quasi cabarettistici: rilanci, controrilanci, smentite, cifre sparate a caso per bullarsi al bar con gli amici, dichiarazioni di fedeltà eterna (alla maglia o a ai soldi?) (no, perché le cose cambiano) (eccome se cambiano)… Per quel che mi riguarda posso dire di essermi fatto una mia opinione che, a differenza di quanto dice Galliani, non sta a metà tra l’ ultras e l’ amministratore delegato (ossia tra una penosa testa di cazzo – l’ ultras – ed una schifosa sanguisuga succhiasoldi – l’ amministratore delegato -), ma cerca di bilanciare la componente affettiva del mio tifo per la maglia e la componente razionale in termini di moneta reinvestibile per il futuro della squadra, bilancio o parco giocatori che sia.

Se l’ offerta fosse intorno ai 100 milioni di euro, Kakà ce lo porterei io stesso in macchina dallo sceicco Abdullah Fattipiùinlah a Manchester City, e pure di corsa; potrei anche pensare di affrontare di rischiare una multa plurima per eccesso di velocità e pagarla di tasca mia, per dire. Siccome invece penso che 100 milioni di euro siano una cifra assolutamente folle e fuori mercato (non sarebbe più compravendita, ma speculazione), ritengo che la cifra reale offerta sia di gran lunga inferiore a quella sparata sui giornali. Intendiamoci, sempre un cifrone è, ma ridimensionerebbe di gran lunga il valore stratosferico dell’ affare e, di conseguenza, il re-impiego dei danari. Mi spiego: il ricavato verrebbe presumibilmente stornato per ripianare il debito (quasi 40 mln di euro) della società e non per rinforzare il parco giocatori, sollevando così Berlusconi dall’ obbligo di porre mano al portafoglio per stanziare i cash necessari alla bisogna. 

Fatto sta che qualunque sia la cifra offerta, è il Milan quello intenzionato a vendere per fare cassa. Detta in questi termini la questione assumerebbe un tono meno romantico di come vorrebbero farcela passare, e di questo me ne rammarico. Capisco che nel calcio non ci siano più bandiere, che c’è la crisi, che i soldi fan sempre comodo, etc. etc. etc., però in tutta questa questione l’ unica voce silente e mai chiamata in causa è proprio quella del diretto interessato. Mi chiedo: Kakà conosce l’ entità della cifra offerta alla squadra? E se sì, a quel punto la sua volontà vale ancora qualcosa?

Io non me la sento di criticare Ricardo Izecson Dos Santos Leite neppure se decidesse di andarsene dal Milan: a questi livelli non si è più solo un giocatore di calcio e forse neppure più un uomo; si è, a seconda dei punti di vista, il sacro graal o la gallina dalle uova d’ oro, la miniera di diamanti o la figurina introvabile, lo sfizio da togliersi o il pezzo d’ argenteria più prezioso, dove poco importa se la propria volontà sia quella di voler invecchiare e diventare capitano della squadra che ti ha fatto maturare, oppure quella di voler andare in una squadra che offra le migliori garanzie tecniche, oppure ancora quella di non volerti ridurre a giocare in una squadretta di periferia piena di sogni troppo grandi per poter essere realizzati, oppure infine quella di voler essere il giocatore più forte del mondo e non (solo) quello più pagato.

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