CHE DIRE?

Abbiamo perso il derby. 1-0, errore di Abate Cruento.
Brutto errore, che ha permesso all’Inter di passare. Perché per il resto è stata una partita di rara oscenità.
Poco spettacolo, pochissime occasioni, poco nervosismo.
Un derby abbastanza ridimensionato.

L’errore è stato brutto, dicevo, perché ha permesso all’Inter di espugnare il fortino con quasi il minimo sforzo. Uno 0-0 non sarebbe stato granché scandaloso. Bravi i cugini a crederci e ad approfittare del regalone, dato che la partita l’abbiamo condotta noi.
Hanno meritato? Non hanno meritato? Non importa: hanno vinto e stasera hanno ragione loro.

Poi, se ti trovi lì davanti delle fighette che si cagano in mano e cercano il tocco di fino invece di scaraventarla fortissimo in fondo al sacco, beh, questo è un altro discorso.
Il mio rammarico più grosso è stato l’atteggiamento dei nostri. Come dire: «bon, anche se perdiamo abbiamo sempre 5 punti di vantaggio; oggi l’Udinese ha perso e la Juventus pareggiato rubando; tra due giornate Juventus e Udinese si scorneranno; l’Inter alla prossima ospiterà i cugini laziali che devono fare risultato mentre noi andremo in gita a Novara; la preparazione a Dubai era incentrata sulla Champions League e non su questo derby che – tutto sommato – non fa la differenza».

Il discorso di per sé non è neppure sbagliato, solo che per una stracittadina il tifoso medio vorrebbe che i suoi beniamini in mutande dessero quel qualcosa in più rispetto ad una normale partita.
A me comincia a dar fastidio l’indisponenza di Pato, l’inutilità di Emanuelson trequartista, la cronica mancanza di terzini degni di questo nome. Eppure la partita l’abbiamo fatta: sarebbe bastato che tutti avessero avuto il carattere di Van Bommel – questa sera monumentale – e forse l’avremmo raddrizzato questo derby.

Forse.

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MY TWO CENTS

I giornali in questi giorni han parlato dell’affaire Tevez: va al Milan, non va al PSG, forse anzi probabilmente va all’Inter, c’è stata una sirena Real Madrid.
Personalmente la penso così: io Tevez al Milan non ce lo vorrei e non ce lo vedrei così bene.

Carlos Tevez potrebbe essere un’ottima ciliegina sulla torta di un già ottimo attacco, ma si porta sul groppone due incognite (carattere merdoso e forma fisico-atletica tutta da verificare) e due caratteristiche negative (non può giocare la champions e non appena sbarcato a Milano si unirebbe inesorabilmente al clan di Pupi e del suo delfino di merda).

Percui, per me, è un no.

Se avessimo davvero a disposizione quella cifra – si parla di 25/27 milioni di euro – ne verrebbero fuori almeno due terzini sinistri, un medianaccio tignoso di ricambio e una nuova vasca per la sabbia di dimensioni olimpioniche a Milanello.

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TROFEO BIRRA TIM

Abbiamo giocato senza diversi titolari e perso entrambe le gare con un solo gol di scarto.
Abbiamo giocato con gente della primavera che non ho mai sentito nominare, mentre gli altri schieravano i big.
Abbiamo giocato il miniderby con Oddo e Bonera centrali (diobono).
Nonostante tutto, ci è sfuggito il prestigioso Trofeo Tim.

Niente da fare: se non vinciamo il Luigi Berlusconi, sarà una stagione fallimentare.

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SUPERCAZZOLA PECHINESE

Mediamente la Supercoppa Italiana è il terzo trofeo della stagione in ordine di importanza, dietro solo al Birra Moretti e al Luigi Berlusconi. Si può ben comprendere quindi il mio entusiasmo per tale trofeo.
Siccome però, a differenza dei primi due, la Supercoppa Italiana è nel novero dei tornei ufficiali, sarebbe quindi opportuno cercare di portarlo a casa, così, per sfizio.

Se poi aggiungiamo che invece di farla a San Siro – dato che se la contenderanno le due milanesi – andremo a disputarla dall’altra parte del globo, in uno stadio che sembra un cestino di vimini ripieno di brulicanti cinesi, ecco che quel poco di appeal che la suddetta coppa poteva ancora esercitare su di me, svanisce del tutto.

Personalmente sono contrario all’esportare il calcio italiano in ogni parte del pianeta, soprattutto se finalizzato al marketing, ma tant’è: la federazione ha deciso altrimenti, e a ben vedere ci si sta riuscendo abbastanza bene.
Intanto i cinesi hanno imparato a darsele sugli spalti; quando impareranno anche a lanciare motorini e ad accoltellare qualcuno, la missione sarà completata.

Però, c’è sempre un però. Però c’è che è un derby. E i derby io vorrei vincerli sempre e comunque, fossero anche del campionato primavera o del quadrangolare di Salcazzonia.
Pertanto so già che domani alle ore 14.00 sarò sul divano, sintonizzato sul canale 501 del digitale terrestre, a guardarmi il match.

Perché se dovessimo vincere sarebbe un altro – l’ennesimo – trofeo in bacheca salutato da un sorriso di compiacimento, sapendo comunque che l’indomani sarebbe un altro giorno.
Se invece dovessimo perdere mi darebbe abbastanza fastidio, non tanto per il trofeo sfumato ma per l’aver perduto un derby, sapendo comunque che l’indomani sarebbe un altro giorno.

Di merda.

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[nella foto: la Supercoppa Italiana 2011]

DE RERUM LEONARDORUM

La mia sul passaggio di Leonardo sulla panchina dell’Inter: frega sega.
Voglio dire: era un allenatore libero da vincoli contrattuali, poteva accasarsi dove voleva, stop.

Dico questo perché Leonardo fa parte del passato. Dà ancora umanamente fastidio il modo in cui lo abbiamo messo alla porta, ma ormai è cosa fatta e passata. A suo tempo ho ringraziato Leonardo per ciò che era riuscito a fare al Milan, accusando la società di mancanza di tatto: confermo quel giudizio e auguro a Leonardo tutto il bene possibile.

Da noi aveva fatto intravedere sprazzi di qualità in panchina, stroncati però dalla mancanza di esperienza e dai conseguenti macroscopici errori. Senza dimenticare che scelse di stare in panchina per amor di squadra, dato che è stato da noi un talent-scout e dirigente coi fiocchi. Poi l’ego smisurato del Capo ha deciso di allontanarlo per una infantile ripicca, sbagliando clamorosamente. Questi sono i fatti, questa è la storia.

Vedere Leonardo sulla seconda panchina di Milano non mi fa alcun effetto: non è il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. I precedenti più famosi – sfido chiunque a ricordarsi dell’ungherese Jozsef Violak negli anni ’30 del secolo scorso e di Giuseppe Bigogno nel periodo 1946/49 – furono 4 ed ebbero alterne fortune: Gigi Radice venne esonerato dal Milan e finì 4° con l’Inter; Ilario Castagner ci fece vincere il campionato di B nel 1983 ma venne esonerato da Farina proprio perché si accordò segretamente con l’Inter per la stagione successiva (finita poi malissimo, con un esonero); Giovanni Trapattoni fece le fortune dell’Inter vincendo il campionato nel 1989 dopo aver allenato da noi nel biennio 1974/76; Alberto Zaccheroni visse il suo momento di gloria coi rossoneri vincendo a sorpresa lo scudetto nel 1999 e poi collezionando un 4° posto nell’Inter.

E’ nell’ordine naturale delle cose, e noi tifosi rossoneri ne siamo ormai abituati, dato che dal dopoguerra gli allenatori in transito sono stati tutti quanti unidirezionali: from Milanello to Appiano.
E’ per questo che auguro a leonardo tutto il bene possibile: non mi dimentico e lo ringrazio per il passato, ma dobbiamo guardare al futuro.

E sono convinto che la maggioranza dei tifosi – dei VERI tifosi rossoneri, intendo – al momento dell’ingresso sul terreno di gioco di Leonardo durante il derby di ritorno da giocare in casa nostra, si alzeranno e gli renderanno il doveroso tributo applaudendolo.

In sintesi: mi rode di più averlo perso più come talent-scout di giovani brasiliani che come allenatore.
Quello sì.

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VECCHIO CUORE ROSSONERO

Ci voleva. Eccome se ci voleva.
Una vittoria così mancava da tanto: figlia del carattere, dell’agonismo, della razionalità applicata al calcio. Partita non eccelsa dal punto di vista dello spettacolo (e con la solita costante di non riuscire ad ammazzare le partite quando si presenta l’occasione come nel primo tempo) ma giocata con estrema testa e – soprattutto – gran cuore.

Allegri ha rischiato con i tre mediani non-costruttori a supporto del trio d’attacco ed il campo gli ha dato ragione; tenere fuori Pirlo e Ronaldinho non deve essere stato facile per il mister livornese, ma è segno questo di carattere. Per una volta Allegri ascolta la sua voce interiore è schiera la formazione migliore possibile per affrontare questa Inter. Risultato: un tiro in porta, un gol, una vittoria nel derby.

Certo, anche i nerazzurri ci hanno dato una grossa mano: tra infortuni e nessun tiro pericoloso in porta effettuato in 35 minuti di superiorità numerica abbiamo avuto vita facile, anche se Allegri è stato bravo a motivare i nostri al punto giusto. E’ stato bravo soprattutto a fare delle scelte importanti che, sul campo, hanno svelato molto del momento di alcuni giocatori rossoneri.

Degni di nota i due attaccanti che – sia in parità numerica che in 10 contro 11 – molto spesso rintuzzavano e davano una mano nel pressing e nelle ripartenze. Parlando dei singoli abbiamo notato soprattutto la seconda vita di Flamini che, sgravato dagli obblighi di marcatura su e per Pirlo, ha potuto cercare pure l’inserimento; zero cartellini oltretutto, segno evidente che quando non è in affanno non interviene in recupero in maniera pericolosa sull’avversario.

Peccato solo per l’ingenuità di Abate che ha reagito come un mona alle provocazioni: i nerazzurri cercavano quello, lui ci è cascato e Tagliavento ha agito di conseguenza. Per il resto le botte si danno e si prendono, i cartellini vanno e vengono: per una mancata espulsione di Ambrosini (quello di Gattuso su Sneijder nel primo tempo era un normale fallo al limite dell’area; o per i mediani rossoneri vige la regola che ogni fallo è da cartellino?) c’è una mancata espulsione di Pandev, per il “solo giallo” di Ibrahimovic c’è il “neanche un giallo” per Cordoba per i suoi innumerevoli interventi da dietro in ritardo, e avanti così.

Forse ora si apriranno dibattiti infiniti sull’opportunità o meno di decimare i rossoneri, sulla pena capitale per Ibrahimovic o la lapidazione per Gattuso; ciò che a me interessa però è l’aver mostrato a tutti che in 35 minuti e con l’uomo in meno i nostri si sono sacrificati e hanno difeso il risultato con tenacia.

E di questi tempi per noi è un gran segnale; la via è tracciata, sta a noi ora percorrerla al massimo delle possibilità.

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DIVERTIMENTO E RISPETTO

– «Tituli? Non so… ho vinto il campionato in Spagna… poi ho vinto la Champions, ma non ricordo contro quale squadra» – Rafa Benitez all’Inter Store di Milano, 14 luglio 2010

– «Il mio approccio dialettico avrà sempre come base il rispetto per gli avversari. Divertimento, rispetto e bel gioco, questi i miei comandamenti» – Rafa Benitez in visita alla Gazzetta dello Sport, 19 luglio 2010

Molto divertente e molto rispettoso, complimenti signor Benitez.
Un vero e proprio bauscia, calato perfettamente nello spirito interista. Che è lo stesso spirito dell’arricchito – i più sostenuti direbbero parvenu – ossia di colui che all’aumentare della propria ricchezza materiale non fa corrispondere un eguale arricchimento comportamentale e morale.
D’altronde chi nasce tondo non può morire quadro; pertanto, chi nasce cafone non potrà mai morire educato, chi nasce cagacazzo non potrà mai morire simpatico, chi nasce interista non potrà mai morire onesto e sportivo.

Vorrei fare un favore al signor Benitez e venirgli in aiuto: la squadra della quale non rammenta il nome è la stessa squadra che, nel 2007 ad Atene, si prese una bella rivincita su di lei ed il suo Liverpool.

Si ricorda, adesso?

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